Un’altra Terra Santa… la mia visita a Betlemme, nonostante i timori

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01 July 2015

Com’è nato il mio desiderio di visitare Betlemme? Per lavoro ho spesso occasione di soggiornare a Gerusalemme, perché lavoro per una multinazionale che ha sede in Israele. Ho tanti colleghi israeliani, con cui ho un ottimo rapporto, tanto che alcuni di loro li posso ormai definire degli amici. Quando mi capitava di vedere il muro di separazione tra Gerusalemme e i territori palestinesi del West Bank, dove Betlemme si trova, mi sentivo curioso di sapere cosa ci fosse dall’altra parte, ma non abbastanza per decidere di attraversare il muro.

Poi, nella mia provincia di Milano, ho avuto occasione di partecipare ad una conferenza tenuta da padre Ibrahim Faltas, un francescano che fa parte della “Custodia di Terra Santa”, che ha passato molto tempo (e molte vicissitudini) a Betlemme. Il suo messaggio era: venite a Betlemme a trovarci, per godere di questa parte della Terra Santa dove è nato Gesù, e perché i Cristiani che vivono lì hanno bisogno delle vostre visite.

Così, nel mio successivo viaggio a Gerusalemme, ho provato a contattare qualcuno che mi potesse fare da guida. Ho appreso dell’esistenza dell’Associazione Pro Terra Sancta, gestita, a quanto pare da persone italiane. Li ho contattati, ed ho avuto subito risposta da Miriam, che mi ha dato disponibilità per una visita. Ci siamo accordati per un Sabato pomeriggio: scambio di numeri di telefono; tutto fatto. Viene richiesta un’offerta: non c’è problema, lo faccio volentieri, soprattutto se ho modo di incontrare direttamente le persone e anche scambiare due parole in italiano.

Il mio approccio a questa visita era un misto di curiosità e timore. Infatti, come dicevo, la mia visione del mondo “Terra Santa” è soprattutto basata sulla mia esperienza con i colleghi israeliani. Sono tutti delle bravissime persone, e non ho motivo per non fidarmi dei loro punti di vista. Ma quando parlano di Betlemme e della Palestina, inevitabilmente hanno in mente la presenza di terroristi e di minacce allo stato d’Israele.

Una mia collega, mentre passeggiava con me nella città vecchia di Gerusalemme, voleva essere rassicurata sul fatto che non andassi a Betlemme da solo, ma con una guida. E mi spiegava che lei, come cittadina israeliana, non ci entrerebbe mai, oggi come oggi: “Se mi rapissero, Israele dovrebbe liberare dei terroristi per riavermi indietro”…

E poi c’è questo fatto del muro. Noi europei non abbiamo avuto buone esperienze in termini di muri di divisione, ma a quanto pare qualcuno in quelle terre ha voluto ancora tentare con questo sistema. Così, per andare a Betlemme (e soprattutto per tornare fuori), bisogna superare dei controlli di sicurezza con militari israeliani. Tutto questo mi rendeva sicuramente nervoso e mi teneva in allerta.

È con questo stato d’animo che sono arrivato al “checkpoint” che fa da ingresso alla città di Betlemme. Ero accompagnato da una mia collega inglese, e per questo motivo avevo chiesto che la nostra visita fosse in lingua inglese. Non ci sono stati problemi.

Dall’altro lato del checkpoint, ci aspettavano Francesca, volontaria dell’associazione, e Luay, guida locale, che ha portato la sua macchina e ci ha accompagnato alla chiesa della Natività, che effettivamente sarebbe stata un po’ lontana da raggiungere a piedi. Luay è un cittadino palestinese, e come tale non è autorizzato ad attraversare il muro per recarsi a Gerusalemme. Durante il viaggio in macchina ci spiegava che questo divieto provoca parecchi problemi per loro: difficoltà a reperire automobili nuove, per esempio, o necessità di passare per la Giordania, per prendere un aereo… Luay ha avuto modo di stare in Italia per molto tempo, e ha studiato presso i francescani. Si vede che è una persona educata e di buona cultura. È un cristiano cattolico. Ci parla del fatto che le città palestinesi sono tutte molto povere, e il denaro per lavori pubblici e opere sociali arriva prevalentemente dalle donazioni dei paesi esteri.

La prima chiesa in cui entriamo è quella di Santa Caterina. Si tratta di una chiesa cattolica, e il giorno della nostra visita si sta preparando a celebrare i funerali di un ex-sindaco di Betlemme. Per questo motivo, in città si sta radunando tanta gente, comprese autorità palestinesi e forze dell’ordine. Molti sono arrivati dalle città vicine: sull’altare ci sono i francescani, e intravedo anche padre Ibrahim Faltas, che ho sentito parlare in Italia.  Il sindaco doveva essere una persona benvoluta. Luay ci spiega che i sindaci delle città palestinesi devono essere cristiani, per decisione del presidente dell’Autorità palestinese. Bisogna ammettere che si è trattato di una scelta saggia, perché in questo modo si tutelano i cristiani, si ottiene un governo locale moderato, e probabilmente si incontra meglio il favore degli altri stati.

Luay conosce tutti, e sa cogliere bene i momenti giusti per entrare nei vari luoghi tra un evento e l’altro, senza dare fastidio, ma allo stesso tempo senza farci perdere nulla. Entriamo poi nella basilica della Natività, che contiene al suo interno le grotte dove, secondo la tradizione, è nato Gesù. Si tratta di luoghi pieni di valore e di incanto, per un credente. Molte persone, di varie nazionalità, si accostano all’altare dove si celebra la venuta al mondo di Gesù, e si inginocchiano per toccare la pietra originaria della grotta. Di fianco, c’è l’antica mangiatoia in pietra, ora rivestita di marmo.

Luay ci spiega che la proprietà degli ambienti è divisa tra Ortodossi, Cattolici e Armeni. Tutti vanno d’accordo, finché nessuno sconfina nell’area degli altri… ma se questo avviene, ci sono contese. Purtroppo questo ci ricorda le divisioni che esistono ancora oggi tra noi Cristiani (come, del resto, all’interno di altri gruppi religiosi: non siamo migliori di altri, né gli altri sono migliori di noi). Non sono nuovo a questi argomenti: anche la chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme soffre dello stesso problema, tanto che, per mettere pace, è stato deciso che le chiavi della chiesa siano tenute da una famiglia musulmana, che al mattino apre e alla sera chiude.

E questo ci ricorda anche che la Terra Santa è luogo di contese: tutti, nei secoli, l’hanno voluta, e ora molti ne hanno un pezzettino e cercano di tenerselo stretto.

Il funerale sta per iniziare, e le misure di sicurezza in città iniziano ad attivarsi. Nel chiostro della chiesa si notano dei giovani scout, e una banda musicale in divisa gialla. Sui loro cartelli c’è scritto “Don Bosco”! Si tratta della banda dei Salesiani, il che ci fa capire quanto la presenza delle opere italiane sia stata (e sia ancora) importante e benvoluta. Per molti aspetti, non mi posso dire orgoglioso di essere italiano; ma mi rendo conto che il nostro popolo ha un alto senso della solidarietà, e questo si nota molto qui in Palestina.

Purtroppo, a causa del funerale, non ci sarà possibilità di visitare la “Grotta del Latte”, dove Maria mise al riparo Gesù nel corso della strage degli innocenti. Quindi, risaliamo in macchina, e Luay ci porta al centro gestito dalle Suore gianelline, dove Francesca ci parlerà dell’attività dell’Associazione pro Terra Sancta.

Francesca è una ragazza di origine veneta, venuta a Betlemme come volontaria. Ha studiato sicurezza internazionale, e qui in Palestina può soddisfare al meglio il suo interesse su questo tema.

Ha vissuto mesi  in un posto, mesi in un altro: la potresti trovare chissà dove, tra qualche anno. Il suo inglese è perfetto, e il suo sguardo è vivace e accogliente: ti fa sentire subito a tuo agio. Sta imparando l’arabo, e si sta integrando benissimo con la gente del posto: d’altra parte, il suo aspetto, con i lunghi capelli scuri, la aiuta a sembrare una ragazza mediorientale.

Ci racconta che lavora soprattutto con bambini disabili. Un bambino disabile qui in Palestina vive una sfortuna nella sfortuna, perché un vecchio stereotipo vuole che la nascita di un tale bambino indichi una qualche colpa dei genitori…  e quindi molte famiglie tendono a tenere la cosa nascosta, e i bambini ricevono poche cure ed attenzioni.

Un’altra fascia “debole” della popolazione è quella degli anziani, ed è a loro che si rivolge l’attività delle suore che andiamo a visitare. Hanno degli ospiti fissi, e anche un centro diurno, che molte persone possono frequentare per attività culturali o per sentirsi in compagnia. Immaginiamo cosa voglia dire, ad esempio, per una vedova senza pensione, vivere da sola in questa città: capiamo quanto sia prezioso l’attività di un centro come questo.

Sentiamo il racconto di una tanto improbabile quanto attivissima piccola suora indiana di seconda lingua italiana… Si chiama suor Paola. Racconta degli ospiti del centro, in particolare di una signora di più di 100 anni venuta a mancare appena ieri. A quanto pare, non è necessario essere ricchi per essere longevi.

Al termine della visita, Francesca è così gentile da accompagnarci in un negozio, per le nostre esigenze di souvenir (da bravi turisti con famiglia). Francesca si è fatta ben volere dai negozianti del posto, tanto che riceviamo un trattamento di favore ed anche un buon tè.

Al termine della visita, salutiamo Francesca e ci incamminiamo verso il checkpoint, per tornare dall’altro lato. Costeggiamo il muro, con tutti i suoi graffiti e i poster. Ci imbattiamo un un negozio curioso: Banksy’s shop. La mia collega inglese sa bene di cosa si tratta: Banksy è un artista (o un gruppo di artisti – l’esatta identità non è nota) inglese, autore di molti graffiti su temi sociali. Alcuni di questi sono stati fatti qui a Betlemme, altri a Gaza.

Il proprietario del negozio aveva un’attività commerciale diversa, ma poi si è trovato il muro di fronte a casa. Ha fatto lavorare un po’ la fantasia, e, rendendosi conto che il muro stava diventando un’attrazione per gli stranieri, ha deciso di aprire un negozio per vendere poster e foto. Ci spiega che un graffito originale di Banksy si trova su un muro privato, a poche decine di metri dal muro di divisione.

Andiamo a vederlo: è una grande colomba bianca, con giubbotto antiproiettili e l’immagine di un mirino elettronico che sta cercando di abbatterla. La pace è minacciata, attaccata: la pace va difesa.

Con questa immagine nelle nostre menti, torniamo a Gerusalemme nei nostri hotel. Avremo qualcosa a cui pensare, e magari un giorno torneremo. Se Dio vuole.

Pier Paolo

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